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Lacan, in un contesto in cui cita gli effetti di una interpretazione, afferma che l’incalcolabile che la riguarda deriva dal dato che «il suo solo senso è il godimento»[1]. L’interpretazione si giudica in base all’evento di godimento che è capace alla fine di generare, rispetto a ciò che produce di godimento, ma poiché questo si può verificare solo in après-coup i suoi effetti sono di fatto incalcolabili.

Ma insieme a questo, la questione che si pone in prima battuta è come una interpretazione possa smuovere il sapere nel reale, quello che non pensa e non calcola e che è dell’ordine del godimento, come possa incidere sulla fissazione di godimento alla base degli affetti e dei sintomi, come alla fin fine il godimento del corpo possa sfuggire all’autoerotismo e rispondere all’interpretazione.

Lacan si domanda a questo proposito; «bisogna sollevare la questione di sapere se la psicoanalisi non sia un autismo a due. C’è una cosa che permette di forzare questo autismo ed è che lalingua è un affare comune»[2].

L’accostamento del termine comune a lalingua non è semplice, non è forse questa connotata dalla singolarità assoluta? Se è pur vero che, come Lacan afferma, questa è «soggetta a grandissime varietà, eppure vi sono delle costanti»[3], costante che è rappresentata dal dato che lalingua è sempre correlata al non c’è rapporto sessuale, nondimeno tutto questo non soddisfa pienamente l’accostamento di cui sopra.

Diverso invece l’effetto qualora si valorizzi il termine di affare, considerare cioè il comune dell’affare e cioè che per ognuno il rapporto al godimento nasce nel rapporto a lalingua, ma questa rimane presente sulla superficie stessa della lingua che le presta quelle proprietà che hanno portata universalizzante.

Poiché il soggetto gravita tra lalingua e la lingua, si può dire che ogni lingua si trova in una situazione di litorale rispetto a lalingua, per cui si tratta, come sostiene Lacan, di seguire «la monta»[4] di quest’ultima nel linguaggio, termine che dice bene di uno sconfinamento tra due domini estranei ma in continuità.

Quel che si presenta in primo piano ne lalingua è la materialità sonora delle parole prima che acquisiscano un senso, il carattere sonoro pulsionale che si esprime nelle omofonie e negli equivoci.

Lacan ci avvisa che se l’interpretazione «verte intorno alla causa del desiderio»[5], ebbene, «L’oggetto a non ha niente a che fare né col senso né con la ragione. Il problema all’ordine del giorno è che molti propendono a ridurlo al risuono. Fatemi il piacere di scriverlo r.é.s.o.n.»[6]. Mentre la ragione ci invita a comprendere, la réson si colloca in un altro registro, all’origine della res, della cosa che si declina come causa e vuoto della Cosa. L’analizzante comincia a interrogare la causa come ragione delle sue sofferenze e così facendo incontra la réson, la Cosa e la causa, il risuono, risonanza fuori senso che va dalla tonalità alla modulazione.

È indubbio che il senso risuoni con l’aiuto del significante ma insieme a questo occorre considerare i limiti del senso in un tragitto che va dal senso al naufragio del senso, puntando a far risuonare l’intraducibile, quel che non passa negli enunciati, né nel loro senso né nella loro forma, a «fare risuonare la campana del godimento»[7]. L’interpretazione analitica, diversamente da quella semantica, non è aperta a «potenzialità infinite»[8] bensì «fa limite»[9], limite che è dato dall’impossibile e dal buco di senso, dal solco scavato dall’impressione della traccia di godimento primaria, dal fuori senso, dal vuoto al cuore del significante.

Per questo, ci suggerisce Lacan, un’interpretazione dovrebbe ispirarsi alla poesia come la più congeniale all’impresa, poesia «che è effetto di senso ma anche effetto di buco»[10].

L’interpretazione che fa limite permette di elevare il dire all’altezza di evento. Un evento propriamente detto è quello che non poteva accadere, che «esce dal cerchio del possibile»[11], il limite che incontra l’interpretazione, quello che si è detto strappa l’interpretazione alla deriva delle potenzialità infinite, è allora lo stesso che fa del dire, appunto, un evento. Il dire si fa evento nell’incontro con l’impossibile.

Quando il reale è senza legge, fuori senso e fuori sapere, non se ne può attendere il ritorno, l’evento si iscrive dal lato della contingenza su un fondo di impossibile. Si carica della sorpresa che non implica di coltivarne l’attesa che si produrrebbe dietro l’automaton, nella supposizione che le risposte future possano essere previste, ma di una sorpresa che è solidale con l’incontro col reale, fuori senso e fuori sapere.

La sorpresa che è portatrice di una propria semantica nell’attingere tutto l’essere del soggetto, corpo e mente, divide con l’evento diverse caratteristiche; rispondono entrambi a un tempo discontinuo, rilevano di una breccia, di una rottura, di una faglia, inoltre rimandano al tempo di un istante e dividono infine il carattere non rappresentabile, non integrabile alla coscienza immediata.

L’interpretazione evento contiene in se stessa il senso temporale di qualcosa che viene e avviene, introduce un prima e un dopo, risponde alla temporalità del trauma quando, appunto, proprio di questo si tratta: «Ciò che dobbiamo cogliere di sorpresa è qualcosa la cui incidenza originale è stata segnata come trauma»[12].

In questo modo l’interpretazione incontra la chance di toccare la fissazione di godimento prodotta dal marchio traumatico e contingente de lalingua aprendo ad altri destini, a usi inediti, pur rimanendo questi incalcolabili.

[1] J. Lacan, Le Séminaire, Livre XXI, Les non-dupes errent [1973-1974], lezione del 20 novembre 1973, inedito [trad. nostra].
[2] J. Lacan, Le Séminaire, Livre XXIV, L’insu que sait de l’une-bévue s’aile à mourre [1976-1977], lezione del 19 aprile 1977, inedito [trad. nostra].
[3] J. Lacan, Il mio insegnamento e Io parlo ai muri, Astrolabio, Roma 2014, p. 107.
[4] J. Lacan, Televisione, in Altri Scritti, Einaudi Torino 2013, p. 538.
[5] J. Lacan, Lo stordito, in Altri Scritti, op. cit. p. 471.
[6] J. Lacan, Il mio insegnamento e Io parlo ai muri, op. cit., p. 149.
[7] J.-A. Miller, Choses de finesse en psychanalyse, Corso tenuto al Dipartimento di Psicoanalisi di Parigi VIII nell’anno accademico 2008/2009, lezione del 18 marzo 2009, inedito [trad. nostra].
[8] J.-A. Miller, Il monologo de l’apparola, in La Psicoanalisi, n. 20, p. 36.
[9] Ibidem.
[10] J. Lacan, Le Séminaire, Livre XXIV, L’insu que sait de l’une-bévue s’aile à mourre [1976-1977], cit. [trad. nostra]
[11] J.-A. Miller, Introduzione all’erotica del tempo, in La Psicoanalisi, n. 37, p. 39.
[12] J. Lacan, Della psicoanalisi nei suoi rapporti con la realtà, in Altri Scritti, op. cit., p. 349.