Membro SLP e AMP.

“C’è gente, sempre più numerosa” sostiene Miller “che invoca l’ascolto senza interpretazione”.[1]

Nella mia pratica non mi è ancora capitato di incontrarne. Ma probabilmente mi capiterà e allora ho pensato che tipo di domanda è questa, quella dell’ascolto senza interpretazione. Mi sono chiesto: perché qualcuno dovrebbe venirmi a dire qualcosa che sa già, perché dovrebbe venirmi a dire qualcosa che io non posso modificare con le mie orecchie? Io che diavolo ci faccio in questa faccenda?

Mi sta chiedendo di fare il funzionario dell’anagrafe psichica? Di validare, di certificare, di ratificare un dato di fatto? Sarebbe meglio dire un dato di detto (ma che brutta espressione). Comunque si dica, l’uno o l’altro, se qualcuno mi viene a chiedere questo, è certo è che mi sta attribuendo un potere enorme. Non è il “potere discrezionale dell’uditore”,[2] di cui scrive Lacan. È il potere performativo dell’uditore, mi viene da dire. Infatti, al di là della baldanza, della sfrontatezza, dell’autosufficienza del parlante, c’è un’attribuzione straordinaria di potere alle mie orecchie. Le mie, come quelle di qualsiasi altro professionista dell’ascolto (absit iniuria verbis).

E che potere è? Quello di trasformare con l’ascolto il detto in fatto, le parole in cose. Certo la mia rimane una mediazione simbolica, ma una mediazione che cambia lo statuto del detto, che lo rende realtà civile, realtà essenziale, realtà alla seconda potenza.

Però a una condizione. Che da questa idealizzata funzione auricolare rimanga fuori il mio desiderio.

È come se il parlante dicesse: “Ti conferisco tutto questo potere, ma tu ascoltatore non devi mettere in gioco il tuo desiderio”. E se l’ascoltatore è un analista, non ci deve essere in gioco il desiderio dell’analista, deve essere un ascolto senza desiderio.

Dato che non ho esempi clinici da riferire, ho cercato un esempio letterario, di questa passivizzazione dell’uditore, cui però si conferisce potenza uditiva di metamorfosi del dire. E mi sono ricordato di un episodio de I promessi sposi, che mi ha sempre suggestionato. Lo conoscono tutti. È quello del matrimonio a sorpresa, che propone la madre di Lucia, alla figlia timorata e al genero promesso. Dice Agnese: Io ho sentito dire da gente che sa, e anzi ne ho veduto io un caso, che, per fare un matrimonio, ci vuole bensì il curato, ma non è necessario che voglia; basta che ci sia.

Riportato alla pratica clinica: ci vuole sì il curante, ma non è necessario che voglia, basta che ci sia. Guarda tu che strana versione della presenza dell’analista.

Poi Agnese ancora: “Bisogna aver due testimoni ben lesti e ben d’accordo. Si va dal curato: il punto sta di chiapparlo all’improvviso, che non abbia tempo di scappare. L’uomo dice: signor curato, questa è mia moglie; la donna dice: signor curato, questo è mio marito. Bisogna che il curato senta, che i testimoni sentano; e il matrimonio è bell’e fatto, sacrosanto come se l’avesse fatto il papa. Quando le parole son dette, il curato può strillare, strepitare, fare il diavolo; è inutile; siete marito e moglie.” Quando le parole sono dette, il curante può strillare, strepitare, fare il diavolo…

È un esempio estremo di diritto all’ascolto o di abuso legalizzato dell’uditore.[3] Infatti Manzoni prosegue: “I parrochi mettevan gran cura a scansare quella cooperazione forzata; e, quando un d’essi venisse pure sorpreso da una di quelle coppie, accompagnata da testimoni, faceva di tutto per iscapolarsene, come Proteo dalle mani di coloro che volevano farlo vaticinare per forza.

Qui ci sarebbe da commentare a iosa sulla “cooperazione forzata” e sul Proteo analista che cerca di scappare per non oracolare, ma sarà per un’altra volta.

[1] J.-A. Miller, Presentazione del n. 9 della Rivista di Psicoanalisi in Russia 15 maggio 2021, in Rete Lacan, n. 34, 26 giugno 2021, https://www.slp-cf.it/rete-lacan-n34-26-giugno-2021/.
[2] J. Lacan, Varianti della cura tipo, in Scritti, Einaudi, Torino 1974, p 325.
[3] Fu sancito nel decreto Tametsi emanato nel 1563 dal Concilio di Trento.